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“I’m a girl”: imparare ad accettarsi per quello che si è

Credere in se stessi e nella proprie potenzialità fisiche e mentali aiuta a gridare forte “Io sono una ragazza e sono bella come sono” senza timore alcuno

Il mondo è bello proprio perché è vario, e se fosse altrimenti si rischierebbe un noioso appiattimento che renderebbe tutti simili e uguali.

Guardando il mondo con occhi critici ci si rende conto però che la tendenza all’omologazione sta prendendo il sopravvento sul valore dell’unicità che a poco a poco si dissolve sempre più. Le mode e le tendenze contribuiscono ad alimentare questo clima di uniformità sociale, spingendo ogni singolo soggetto a credere in quello in cui credono gli altri, perdendo sia la propria identità sia la sicurezza in se stessi.

Ad imitazione delle nuove generazioni, anche i soggetti più maturi d’età si lasciano travolgere da questo fiume in piena, adeguando la mente e il corpo a ciò che la società richiede loro. Il proprio modo di essere viene così messo al servizio della massa che lo modella a sua immagine e somiglianza, immettendolo all’interno del circolo vizioso dal quale non sempre è facile uscire.

Ma non tutti cedono e molti resistono ancora alla tentazione, lottando per ciò in cui credono e per i valori che porteranno sempre con sé. Il buon esempio è fornito proprio dalle ragazze americane che sono scese in piazza per mostrarsi nel loro vero aspetto, senza nascondersi dietro ad insoliti trucchi, ma cariche solo di coraggio e voglia di vivere.

E al grido di “Sono una ragazza, sono bella come sono” tantissime piccole americane hanno manifestato per mostrarsi al mondo così come sono realmente aderendo alla campagna lanciata dal sindaco di New York.

L’idea è nata dalla voglia di denuncia scaturita dagli allarmanti dati divulgati che evidenziano una situazione generazionale alquanto problematica. Più dell’80% delle bambine infatti si preoccupa più del proprio aspetto esteriore che dei propri atteggiamenti, iniziando sin dalla più tenera età a prendersi cura del corpo e del fisico.

A seguire, tra il 40 e il 70% sono le bambine che non riescono a convivere con il proprio fisico, non riuscendo ad accettare i propri difetti e sopportando una situazione di malessere psicofisico che le spinge a conseguenze nocive per la loro salute.

Il tutto potrebbe sembrare quasi naturale, se non si tenesse presente l’età anagrafica di queste piccole americane di soli 6-7 anni che appaiono ancora troppo immature per preoccuparsi di ciò che gli altri possano pensare di loro. È proprio questo dato ha allarmato il sindaco di New York, Michael Bloomberg, che ha subito cercato di sensibilizzare le famiglie e le stesse bambine all’accettazione di se stessi, indipendentemente dal colore e dalla taglia, dai pregi e dai difetti.

E attraverso il grido di “I’m a girl”, a poco a poco, l’identità delle piccole americane assume un ruolo da protagonista, che spinge ognuna di esse a non bruciare le tappe e a vivere ogni momento della loro vita a rilento.