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Uccidere il proprio partner per gelosia: amore o possessività?

Si moltiplicano i casi di delitto passionale, nel quale restano vittime del proprio partner diverse persone innocenti e senza una colpa precisa

In amore un pizzico di gelosia non guasta mai, soprattutto quando le piccole crisi quotidiane laceranno il rapporto di coppia. Ma, quando questo sentimento si tramuta in mancanza di fiducia nei confronti dell’alto, limitando la propria libertà, allora all’amore subentra la possessività.

Forse è questo ciò che ha spinto Francesco Lo Presti ad uccidere la propria convivente Vanessa Scialfa, gettandola da un cavalcavia, dopo averla strangolata. La ragazza è stata, in questo modo, punita dal partner per aver pronunciato, in un fugace momento di distrazione, il nome del suo ex, destando l’ira di Francesco. Sebbene sembri che quest’ultimo facesse uso di sostanze stupefacenti, nulla toglie che la giovane donna abbia perso la vita per futilissimi motivi.

Casi come questi, purtroppo, riempiono le pagine di cronaca quotidianamente, scioccando e spaventando l’opinione pubblica. La mente umana, infatti, simile ad un filo sottilissimo, che inaspettatamente può rompersi; così imprevedibile da non avvisare su progetti ed idee che possano nuocere l’atro. Ma, alla labile fisionomia celebrale di alcuni si aggiunge, poi, la sconvolgente gelosia che, spesso, riduce l’energia del partner, limitando il campo d’azione e di decisione dell’altro.

In un rapporto del genere si crea il rischio di sfociare nella drastica possessione che si prova verso il proprio compagno, tanto da indurlo alla fuga o alla separazione. In tal modo, sebbene la soluzione sia negativa, si limitano i danni alla propria persona, allontanandosi dalla fonte del pericolo. Nei casi disperati, però, il partner rifiutato, non accettando la scelta dell’altro, potrebbe continuare a cercare l’ex o, come si nota nella vicenda raccontata poco sopra, potrebbe punirlo, uccidendolo.

Gli esempi di delitti passionali si moltiplicano a vista d’occhio, mietendo innocenti vittime e, purtroppo, nella maggior parte delle vicende, lasciando impuniti i carnefici. Proprio questi, rifugiandosi dietro alla propria insanità mentale, si ritrovano vincitori per una duplice volta, lasciando sgomenti le famiglie delle loro prede.

Spesso, poi, la confessione dell’assassino termina con la classica formula “ma io l’amavo!”, che dovrebbe, per loro, commuovere tutti. Ma la spontanea domanda resta: come si fa a parlare di amore davanti alla morte del proprio oggetto del desiderio? E soprattutto, in momenti di lucidità, il partner aguzzino potrà dimenticare l’accaduto e somatizzare la propria colpa? Voi che ne dite?